STORIE DI CIASPOLE E CIASPOLATORI
Nevicò molto quella settimana di febbraio. I fiocchi bianchi erano caduti anche in paese poi, l'innalzamento delle temperature li aveva trasformati in una pioggia insistente.
Mio padre seguiva con attenzione le previsioni meteo per il fine settimana. Gestore del rifugio da qualche lustro, per lui è quasi un dovere, oltre che un divertimento e un piacere, salire la domenica e dispensare agli ospiti prelibati piatti unitamente a ricche portate di simpatia e cordialità.
In paese la pioggia continuava ma, le previsioni meteo erano abbastanza chiare: maltempo fino a sabato sera mentre la domenica sarebbe stata baciata dal sole.
Di tanto in tanto qualche schiarita lasciava intravedere la montagna. Ammantata di bianco nascondeva ai nostri occhi il rifugio; solo uno sguardo esperto riusciva a scovarlo in mezzo al tutto quel candore. Lei, vestita a festa come una sposa, ci diceva che lassù di neve ne era caduta parecchia e salirla sarebbe costata una gran fatica.
Venerdì a pranzo mio padre decise che avrebbe tentato di salire al rifugio, a patto che fossi andato con lui per aiutarlo a tracciare il sentiero. Era certo che avrebbe trovato tanta neve, in particolare nell'ultimo tratto, fuori dal bosco, laddove i bianchi cristalli non vengono trasformati dalle gocce d'acqua che cadono dai rami spogli delle piante.
Pensai che ghette e scarponi d'alta quota ci avrebbero preservato i piedi dall'umidità, ma occorreva qualcosa che ci facesse “galleggiare” su tutta quella polvere bianca. Fantasticai nel ricordare i cercatori che, imbacuccati con pellicce e berrettoni, da Dawson City partivano alla ricerca dell'oro con cani, slitte, fucili e racchette da neve. Si, racchette da neve! Ecco quello che ci serviva per salire, le racchette da neve.
Rividi nella mente i fotogrammi dei film di Jack London e la mia attenzione cadde sulle racchette da neve che i pionieri calzavano per attraversare le bianche distese dell'Alaska. Costruite in legno, intrecciate di corde conferivano, a chi le adoperava un'andatura goffa, ma permettevano di muoversi anche in mezzo alla neve alta.
Nel pomeriggio di venerdì contattai un amico che sapevo organizzatore di passeggiate con le racchette, chiedendogli se ne aveva due paia da imprestarmi. Sapevo che non avrei trovato le racchette dei cercatori d'oro, ma fui sorpreso quando con un po' di ilarità il mio amico mi disse come si chiamano oggi.
“Ciaspole, si chiamano! Ciaspole!” – mi disse simpaticamente.
“Per domenica, ne ho giusto due paia. Le altre mi servono per una ciaspolata con dei clienti.” – proseguì.
“D'accordo, passo sabato sera a ritirarle da casa tua. Servono a me e a mio padre per salire al rifugio” – dissi io.
Venne sabato e come previsto, nel pomeriggio cessò di piovere. L'ultima luce del giorno lasciava intravedere le sagome delle case nei borghi abbarbicati sulle montagne che cingevano il paese. Quando uscii di casa per andare a ritirare le ciaspole era sera, il cielo si era completamente rasserenato e l'aria si era fatta pungente. Le stelle parevano più vicine, tanto l'atmosfera era tersa; i raggi della luna, riflessi dalla neve appena caduta sulle montagne attorno, rendevano il paesaggio insolitamente luminoso.
Mi avviai a piedi per il paese fino alla casa del mio amico; volevo arrivare presto per non disturbare durante l'ora di cena. La montagna era la, carica di neve. Con il suo profilo, reso ancor più definito dalla luna, mi guardava mentre passavo per le vie del borgo; ed io guardavo lei, pensando che domani sarei salito lassù non senza fatica. Tante volte sono stato là, conosco bene il sentiero, la salita è piacevole e non presenta difficoltà, sapevo, però, che domani non sarebbe stata la stessa cosa.
Quando giunsi a casa del mio amico lo trovai indaffarato con sua moglie a preparare le ciaspole per la gita del giorno dopo. Esaminai con curiosità quegli attrezzi per me nuovi ed ascoltai con attenzione le istruzioni per l'uso. Riposi le ciaspole nelle borse e lasciai l'amico con sua moglie alle loro occupazioni. Uscendo salutai e ringraziai restando d'accordo che avrei riportato le ciaspole il lunedì successivo.
Ritornai a casa con quelle moderne racchette da neve, pensando ancora ai cercatori d'oro ed alle storie di Jack London. La montagna, resa ancor più luminosa dal riflesso della luna, continuava a guardarmi; percepii al suo cospetto, tutta la piccolezza dell'essere uomo.
Quando rientrai a casa, trovai mio padre già intento a preparare lo zaino per il giorno successivo. Mostrai le ciaspole, gli spiegai brevemente come gli attacchi andavano fissate alle calzature. Prendemmo i nostri scarponi, regolammo i ganci delle ciaspole e le rimponemmo nelle borse. Preparai anch'io lo zaino e gli indumenti da montagna per il giorno dopo. Lasciai tutto accanto l'uscio di casa assieme alla sacca contenente quelle moderne racchette da neve. Cenai ed andai a letto. Saremmo partiti presto l'indomani: con la neve alta, il percorso avrebbe richiesto più tempo.
Domenica partimmo di buon'ora. Quando con l'auto lasciammo il paese, era ancora buio e le stelle brillavano in un cielo terso ma che già preannunciava la prossima alba. Arrivammo al parcheggio e quando scesi dal macchina una folata d'aria gelida mi sferzò il viso risvegliandomi dal torpore in cui ero caduto durante il seppur breve viaggio.
Legammo gli scarponi ancora alla luce della mia pila frontale e calzammo subito le ciaspole. Il sentiero si presentava innevato fin dall'inizio e benché la neve fosse in quel tratto compatta, decidemmo di partire subito con le racchette ai piedi. Più per curiosità che per reale necessità. Come i bambini, desiderosi di provare un giocattolo nuovo, così fummo anche noi con le ciaspole ai piedi per la prima volta.
Camminammo leggeri nella prima mezz'ora sulla neve resa compatta dalla pioggia che aveva ricevuto. Salivamo in silenzio senza parlare, come siamo soliti fare, io e mio padre quando andiamo in montagna. L'unico rumore era lo scricchiolio dei cristalli di neve calpestati dalle ciaspole. Arrivammo così, fino al punto in cui il sentiero interseca la pista forestale che conduce alla teleferica del rifugio. A quel punto percepimmo che qualcosa stava cambiando. Nel frattempo si era fatto giorno, il cielo azzurro senza nuvole ed i primi raggi di sole annunciavano una giornata splendida.
Tutto intorno a noi era ammantato di neve, i rami spogli dei faggi ne erano carichi; le asperità del terreno erano magicamente addolcite dalla coltre bianca che le ricopriva ed un silenzio ovattato avvolgeva quel paesaggio incantato.
Il silenzio. Proprio il silenzio suscitò il nostro stupore. Il crepitio delle neve, che fino a poco prima, aveva fatto da colonna sonora ai nostri passi era scomparso. Le ciaspole affondavano silenziosamente nella coltre di neve, che salendo di quota, si era fatta più spessa e soffice. Ad ogni passo, le nostre gambe affondavano nella neve fin sotto al ginocchio, benché le racchette da neve ai nostri piedi aiutassero il nostro incedere.
Ci guardammo compiaciuti. Il nostro ciaspolare su quel bianco, segnato solo dalle impronte leggere di qualche passerotto, faceva dimenticare tutte le fatiche accumulate nella settimana.
“Se la neve ci arriva già al ginocchio adesso, chissà su alla cappelletta!” – fu il commento di mio padre. Io annuii silenziosamente. Proseguimmo il nostro cammino senza parlare, lentamente ciascuno pensando a quanto avremmo faticato nella parte alta del sentiero.
Giungemmo alla teleferica sulla pista forestale ed attaccammo per il sentiero, il cui corso si intuiva ormai soltanto dagli avvallamenti creati nella coltre nevosa. Il manto bianco, per magia, si fece subito più spesso ed ormai ad ogni passo si sprofondava completamente fino al ginocchio.
“Vai pure avanti a segnare la traccia, non mi fa niente stare dietro” – disse mio padre. “Va bene. Penso che senza le ciaspole ai piedi, non saremmo arrivati nemmeno fino qui.” – risposi portandomi avanti a lui.
Quella coltre di neve sempre più alta sembrava volere proteggere la montagna, almeno per quella domenica, dalla nostra presenza. Il passo diventava pesante e la fatica cominciava farsi sentire, mentre il riverbero dei raggi del sole sulla neve aumentava la sensazione di calore. Eravamo in marcia da circa due ore e mezza (normalmente dal parcheggio in un paio di ore si arriva al rifugio) quando giungemmo alla cappelletta posta sul sentiero. Con difficoltà riuscimmo a scorgere l'adiacente fontanella completamente coperta dalla neve. Gli orologi segnavano circa le nove e quarantacinque.
“Di questo passo, saremo su a mezzogiorno!” – disse mio padre.
“Io credo prima. Nel bosco la neve è più bassa e compatta, dovremmo marciare un po' più spediti” – risposi.
“Non è qui che mi preoccupa, ma quando ne saremo fuori. Vedrai quanta neve troveremo!” – replicò lui. Ci avviammo disquisendo ancora un po' sull'altezza della neve e su quanto le ciaspole ai piedi ci avrebbero aiutato nell'avanzare. Certamente senza quelle racchette avremmo impiegato una mattina intera per fare poco più che metà sentiero.
Mentre salivamo sentivo su di noi lo sguardo della montagna, che, vedendoci ostinati nel proseguire la marcia, per alleviare le nostre fatiche ci avvolse con l'incanto del paesaggio circostante. Già si potevano scorgere i paesi del fondovalle dal quale provenivano rumori attutiti, mentre la neve, che soccombeva ai raggi del sole, iniziava a cadere dai rami delle piante. Alcuni arbusti sotto il suo peso si erano spezzati ed intralciavano i nostri passi sul sentiero, mentre le ciaspole sprofondavano ed ogni passo diventava sempre più faticoso. Nell'aria che soffiava sentii il sussurro della montagna:
“Tornate a valle. La prossima domenica la neve si sarà sciolta e potrete salire con meno fatica. Io sarò qui ad aspettarvi come sempre.” Esitai un attimo ed accennai a voltarmi per tornare indietro, ma incontrai lo sguardo e la determinazione di mio padre.
Dovevamo arrivare al rifugio e fare una traccia: se fosse caduta altra neve, la domenica successiva salire sarebbe stato ancor più difficile. Con un gesto meccanico, dettato più dalla fatica che dalla reale necessità, scossi le ciaspole dalla neve e prosegui a segnare il sentiero. Proseguimmo in silenzio. Il nostro camminare era anche un po' un profanare quella magia di cristalli sapientemente creati da Colui che ci è vicino anche quando percorriamo i sentieri della quotidianità. Le ciaspole segnavano chiaramente la traccia del percorso e sapevo che chi sarebbe salito dopo di noi, avrebbe raggiunto il rifugio con meno fatica. E questo ci rendeva felici.
Arrivammo faticando al termine del bosco, ormai ad ogni passo si sprofondava fino al cavallo dei pantaloni. Io che tracciavo la pista iniziai ad avere i crampi; anche le ciaspole, per la stanchezza si erano fatte pesanti. Non ricordo precisamente l'ora ma dovevano essere circa le dieci e quaranta quando fummo fuori dal bosco per attaccare l'ultimo pezzo di sentiero. Il rifugio, quasi a prendersi gioco di noi, era li. Il cielo terso e l'aria pulita lo facevano sembrare ancora più vicino.
“Adesso viene il bello!” – disse mio padre, stanco ma non domo, galvanizzato dalla vista del rifugio. In condizioni normali in venti minuti saremmo arrivati su, ma con tutta quella neve nessuno di noi azzardava previsioni.
Le ciaspole ai nostri piedi supportavano “l'impresa”. Presi fiato un attimo, alzai lo sguardo per individuare i tornanti del sentiero. La traccia doveva ricalcare il più possibile il percorso normale: solo così poteva essere utile agli escursionisti che sarebbero saliti dopo di noi.
Ripartii lentamente seguito da mio padre, che pur ciaspolando nelle mie tracce ormai faceva fatica quanto me tanto la neve era alta. Un passo dopo l'altro fummo sotto al rifugio. Ancora una due tornanti, la pianta, l'unica, poi il sentiero che piega a destra e finalmente la cappelletta. Procedemmo estasiati nello spazio antistante al rifugio: la neve arrivava alle ante delle finestre e dovemmo sgombrare l'ingresso con la pala per poter entrare. Guardai l'orologio ed erano da poco passate le undici e mezza. Mi padre si tolse le ciaspole ed entrò nel rifugio per accendere la stufa ed indossare vestiti asciutti. Io rimasi fuori per a godermi il panorama. Il sole di febbraio era piacevole e la temperatura, a quell'ora, non era particolarmente rigida. Con le ciaspole ai piedi vagai avanti e indietro sulla balconata cercando di allargare l'accesso al rifugio calpestando la neve. Mi fermai incantato, guardando verso valle, la nostra traccia segnata nella neve. Pensai a quanta gente l'avrebbe seguita, con o senza ciaspole; pensai soprattutto che ero stato io a tracciare quella pista e che, per una volta, mio padre aveva seguito le mie orme dopo che lui ha passato una vita a tracciare per me. 
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